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30 ottobre 2017

NAMIBIA: VIAGGIO TRA GLI HIMBA, DOVE LE DONNE SI FIDANZANO A 2 ANNI E DECIDONO IL DIVORZIO

Foto M. Balbi
Una donna è seduta in terra in un villaggio appartenente alla tribù Himba, sulle montagne del Damaraland, nella Namibia centro-settentrionale.
Tiene tra le gambe una pietra piatta, dove sbatte a ritmo regolare una tonda pietra rossa. A ogni colpo una nuova briciola di polvere rossa va a aggiungersi al resto della polvere che splende al sole. È la famosa hocca, che le donne himba usano per cospargersi il corpo.

Si chiama Chatuncu, che significa “chi costruisce”. Accanto ha due bimbi che sorridono. Uno di loro accosta la mano alla bocca e manda dei baci. Sono i suoi figli e me lo fa capire mostrando due cavigliere che indicano il numero dei figli.

La polvere “hocca” – foto M.Balbi
Continua a sbattere la pietra, poi prende un piccolo barattolo contenente grasso di mucca, prende la mia mano e mi mostra come la polvere unita al grasso può colorare la pelle.



Tute le donne lo usano?” chiedo, con l’aiuto di Ueera, un giovane ranger che mi fa da interprete. “No, soltanto le donne che hanno avuto la loro prima Luna (il ciclo mestruale, ndr). Da quel giorno possono cospargersi il corpo sino a due volte al giorno”.

Vedo che la hocca penetra in profondità nella pelle. “Non va mai via?”.  “No, anche perché noi non possiamo fare il bagno. Solo gli uomini possono farlo”.

Poi racconta delle attività delle donne nel villaggio, sempre sorridendo. “Andiamo a prendere l’acqua, la legna, mungiamo le mucche perché ci diano il latte, curiamo le nostre stanze, cuciniamo, costruiamo gli oggetti, ci occupiamo dei bambini. Io ne ho due, ma le donne in genere ne hanno molti, nove o dieci”. Indica una donna che in una pentola mescola latte e mais.
“E gli uomini di cosa si occupano?”
Capanna nel villaggio Himba – foto M. Balbi
“Gli uomini costruiscono i recinti dei villaggi, la struttura delle case e guardano le mucche”.

Mentre parla un uomo passa poco più avanti, dice alcune parole a una donna seduta per terra e procede oltre. “Quello è mio marito”, dice.

“Quando vi siete sposati?”
“La sua famiglia mi ha scelto quando avevo due anni”.

“Due anni?” domando, non essendo sicura di aver capito bene. “Sì, uno o due anni. Noi non contiamo gli anni. Non so con precisione in che anno sono nata. Quando ha deciso di sposarsi, io ero la sua cugina più giovane”.
“Quindi ti ha scelto perché eri sua cugina?” chiedo. “Sì, ci sposiamo tra cugini in modo che il bestiame rimanga in famiglia. Lui ha dato una mucca a mio padre, una a mia madre e una l’abbiamo usata per il matrimonio. Io sono rimasta a vivere con mia madre sino a che non ho avuto la mia prima Luna, poi ci siamo sposati nel mio villaggio”.
“È stata una bella cerimonia?”
“Sì, i matrimoni mi piacciono molto. Tutti sono felici, si beve, si danza, per diversi Soli. Sono le cerimonie più belle”.

“Quali sono le altre cerimonie?”
“Beh, ci sono i funerali, che sono belli, anche lì ci sono danzatori appositi, durano due Soli, prima ci riuniamo attorno al fuoco sacro” al centro del villaggio.
“Come mai vi riunite lì?”
“Per dire agli Antenati che stiamo portando un nuovo Spirito. Poi arrivano persone anche dagli altri villaggi. Chiunque conoscesse il defunto può unirsi”.
“Vi riunite spesso attorno al fuoco sacro?”
“Certo, gli Spiriti devono essere al corrente di ogni cosa che succede nel villaggio”.

“Quali altri eventi celebrate?”
Foto M. Balbi


“Mmm... quando un uomo uccide un leopardo o una iena facciamo una cerimonia. Anche quando togliamo i denti davanti ai bambini”. “Come mai lo fate?” “Per distinguerli dalle altre tribù”.
Passa di nuovo il marito, sorride e saluta calorosamente. Lei sembra molto orgogliosa e fiera di lui.

“Potete anche divorziare?”
“Certo! Se non sono felice posso andarmene”
“E chi sancisce il divorzio?”
Non capisce la domanda. “Chi decide sul divorzio?” ripeto.
Mi guarda con gli occhi spalancati: “Io, se sono infelice lo decido io”.

Michela Balbi
www.b-hop.it

27 ottobre 2017

RACCONTO LA TRATTA, PERCHE' NEI VILLAGGI DELLA NIGERIA NESSUNO SA LA VERITA'

Come ho fatto ad essere così stupida? Come ho fatto a fidarmi e a non accorgermene? Inizia con queste domande la testimonianza di Blessing Okoedion, una ragazza di trent’anni, nigeriana. Oggi è una mediatrice culturale, nel suo passato ci sono la strada e la prostituzione. Blessing è una ex vittima della tratta. È arrivata in Italia nel 2013, ingannata da una donna che lei ora definisce un «lupo travestito da agnello». Ha una laurea in informatica Blessing, ma non è bastato a riconoscere l’inganno, tanto era studiato il “travestimento”: «appena ho capito quale lavoro avrei dovuto fare, qui in Italia, non facevo altro che ripetermi “come ho fatto”, “come può essermi successa questa cosa”». La catena di Blessing era un debito da 65mila euro, così le disse quella donna che l’aveva ingannata. Lei ha avuto la forza di romperla, denunciando e ricominciando una nuova vita. E raccontando la sua storia in un libro appena pubblicato, Il coraggio della libertà (edizioni Paoline) scritto insieme alla giornalista Anna Pozzi.

Nel mondo sono almeno 21 milioni le persone vittime di tratta, per il 70% donne e bambini. “Tratta” significa persone trafficate e sfruttate, prevalentemente per sesso e lavoro servile: ogni due minuti, nel mondo, c’è un bambino che viene sfruttato sessualmente. È un giro d’affari che vale 32 miliardi di dollari l’anno e che in Europa vale più del traffico di droga o d’armi. Se ne è parlato nel convegno “Migrazioni e traffico di persone”, a Milano. È un fenomeno che tocca anche l’Italia, in ogni sua zona. Solo in Italia sono 50-70mila le donne vittime della tratta, circa la metà giovani nigeriane: ogni mese qui in Italia da loro si acquistano 9-10 milioni di prestazioni sessuali. Lo sfruttamento del lavoro riguarda invece 150mila persone: lavoro schiavo, non semplicemente lavoro nero, con sottrazione di documenti, salario di poche decine di euro per 12 ore di lavoro, condizioni abitative disumane, fornitura di beni di prima necessità obbligatoria e a caro presso. Basta un dato per capire quanto la tratta ci riguardi: le donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016 sono state 11mila: erano la metà (5.600) l’anno prima. Molte di loro, come Blessing, si chiedono “come è possibile”.

Come è possibile? «Tante persone in Nigeria hanno sentito parlare della tratta. Ma nelle città. Nessuno va nei villaggi a raccontare. I trafficanti sanno che non possono più prendere ragazze in città, ma nei villaggi questi appaiono come gli unici salvatori. I nostri villaggi sono abbandonati dalle autorità, i trafficanti arrivano, promettono un lavoro, magari come baby sitter. Sono una mano tesa per persone abbandonate a loro stesse, l’unica mano tesa. Con quaranta euro si
@myakim
prendono una ragazza», racconta Blessing. La sua voce si leva forte, potente: «Ma è forse un peccato vivere in un villaggio? Non parlare inglese? Perché lì nessuno racconta la verità? Perché nessuno spiega a queste ragazze e alle loro famiglie cosa sia la tratta?».



Blessing
Il problema che Blessing denuncia - tecnicamente lo chiamano "gap informativo" - è un nodo cruciale delle migrazioni odierne e dei tentativi di arginare i numeri del traffico di esseri umani, tant'è che l'OIM-Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ha avviato una campagna informativa sui social chiedendo a migranti arrivati in Italia di registrare una brevissima testimonianza in cui raccontino la verità su ciò che hanno passato in Libia, perché «chi parte non sa cosa lo aspetta», afferma Flavio Di Giacomo, portavoce OIM. Il progetto si chiama Aware Migrants. Non sanno, dice Di Giacomo senza mezzi termini, che «la Libia è inferno. I migranti vengono picchiati, rinchiusi nei campi, gli viene chiesto di pagare un riscatto, a volte lavorano ma non vengono pagati. Molti vorrebbero tornare indietro, ma  i trafficanti non vogliono che chi vede le reali condizioni della migrazione e soprattutto della travversata torni indietro per raccontarlo. Chi parte non sa, parla del Mediterraneo come di un fiume, the river, c'è una sorta di marketing incentrato sulla facilità della trasversata. Quando arrivano sulla spiaggia e vedono il mare e i gommoni con cui dovrebbero attraversarlo hanno paura e vorrebbero tornare indietro: ma non possono, una volta che hai pagato devi partire. Tanti hanno sul corpo i segni delle violenze, tagli su braccia e gambe, tanti hano raccontato di persone uccise perché non volevano più partire». Ecco perché la distinzione fra migranti economici e rifugiati è stata superata dalla storia: queste persone sono partite per motivi economici, tecnicamente non sono rifugiati e non hanno diritto alla protezione internazionale, però nel loro percorso nei fatti hanno subito una violazione dei loro diritti umani. E sono costretti a imbarcarsi. Questa è la realtà. «Non abbiamo il diritto di dire "non partite"», spiega Di Giacomo, tornando alla campagna sui social, «ma abbiamo il dovere di informare, perché tanti oggi ci dicono "non immaginavo"».
Una mano tesa Blessing l’ha trovata da suor Rita Giaretta, a Casa Rut, a Caserta. «Non volevo stare lì da loro. Altre donne, come quella che mi aveva tradita. Perché questa donna mi tende la mano? Cosa vuole da me? Io non avevo mai pensato prima che una donna e una donna cristiana potesse vendere un’altra donna: avevo paura. Non è facile avere fiducia quando sei stata tradita», racconta. Poi pian piano ha capito che Casa Rut «era una mano tesa vera, che non dà false speranze. Nelle parole delle suore di Casa Rut ho visto un messaggio, “siete capaci di cose belle, non siete condannate alla tristezza della morte, dentro di voi c’è la possibilità di una rinascita». Oggi è questo il messaggio che Blessing grida forte: «mi sto facendo voce per dire a tutte le ragazze trafficate che c’è una possibilità di rinascita. E di gioia».

Sara De Carli, 13 febbraio 2017
www.vita.it