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14 giugno 2016

SE C'E' UN INFERNO PER I BAMBINI SI CHIAMA UGANDA

Nel Paese dell’Africa centrale sono migliaia i bambini abbandonati per strada, denutriti e senza futuro. Picchiati e derubati perfino dalla polizia. E c’è anche chi viene assassinato.

«Stavo dormendo. Arrivarono quattro poliziotti e cominciarono a picchiarmi. Mi picchiarono così forte sulle caviglie, sulle ginocchia, sui gomiti, tanto che non riuscivo a muovermi. Picchiarono anche i miei amici che dormivano accanto a me. Poi un poliziotto disse: “Chi ha dei soldi da darci, così vi lasciamo in pace?”. Moses aveva cinquecento scellini (meno di un quarto di dollaro statunitense). Il poliziotto li prese. Questo accadeva sempre durante la notte». Stephen, quattordici anni, da un anno nelle strade di Masaka, Uganda.

Stephen a tredici anni rimane orfano di padre. Il fratello maggiore non vuole prendersene cura e lo caccia di casa; così inizia un lungo viaggio in cerca della mamma che vive altrove. Stephen si perde nelle strade di una città troppo grande per lui e decide di rivolgersi a chi dovrebbe proteggerlo: la polizia. Sbagliando. Gli agenti lo ignorano e Stephen finisce da solo, in mezzo alla strada. Da allora, quella polizia che avrebbe dovuto rappresentare la sua salvezza, diventa il suo peggiore incubo: ne subisce pestaggi, furti ed ogni genere di angheria, insieme ai suoi piccoli compagni di sventura, pressoché ogni notte.

In Uganda, nessuno sa quante migliaia di bambini vivano per strada; le autorità si limitano ad affermarne il continuo incremento. Una crescita facile da intuire se si pensa come l’Uganda sia uno degli stati con il maggior numero di bimbi al mondo: il cinquantasei per cento della popolazione ha meno di diciotto anni, il cinquantanove per cento dei quali vive al di sotto della linea di povertà. Si tratta di tremilioni e settecentomila bambini senza casa, cibo, acqua potabile, tantomeno istruzione o assistenza sanitaria, di cui gran parte probabilmente già vive in mezzo ad una strada, alla mercé del più forte.

Human Rights Watch dipinge il drammatico ritratto dei ragazzini di strada di Kampala e di altri grandi sei centri urbani dell’Uganda nel suo recente rapporto “Where Do You Want Us To Go?” (luglio 2014), dopo averne intervistato ben centotrenta. Storie fatte di povertà, violenza, discriminazione, abusi, sfruttamenti d’ogni genere, ad opera di bambini più grandi, di senzatetto adulti ma anche delle forze di polizia che li considerano un “problema” da risolvere, li accusano ingiustamente di crimini che non hanno commesso e, come nel caso di Stephen, li picchiano e li derubano.

Similmente a quanto abbiamo visto accadere di recente in Brasile con i Mondiali, in occasione di eventi particolari, di conferenze internazionali o di visite ufficiali il governo di Kampala ordina alle forze di polizia di ripulire le strade. Centinaia di bambini vengono così arrestati e detenuti illegalmente nelle stazioni di polizia per diversi giorni, a volte settimane, in promiscuità con adulti criminali, o rinchiusi nel Kampiringisa National Rehabilitation Center dove vivono in uno stato deplorevole, come denunciano gli stessi bambini e i rapporti delle ong.

Non mancano gli omicidi, purtroppo, come quelli dei tre bimbi massacrati a Lira tra luglio e settembre 2013. Le violenze sessuali sono all’ordine del giorno, anche solo per poter entrare a far parte di una banda o per poter stare in un determinato punto della strada. Non solo gli adulti ma anche gli stessi bambini più grandi abusano dei più piccoli, costringendoli ad assumere droghe o a prendere parte a furti e ad altri crimini. Alcuni di questi ragazzini si prostituiscono per sopravvivere. Raramente denunce vengono sporte alle forze di polizia, proprio per il timore di incorrere in ulteriori violenze e punizioni.

Il National Strategic Programme Plan of Interventions for Orphans and Other Vulnerable Children stilato dal governo ugandese si è mostrato del tutto inefficace nel contrastare il fenomeno dei bimbi di strada, poiché non incide minimamente sul sistema socioeconomico e culturale che ha portato a questi drammatici risvolti. Non intervenendo ad esempio nei confronti delle forze di polizia, proibendo violenze ed arresti arbitrari, o in materia di educazione primaria, assicurando a tutti l’istruzione di base, o ancora nel contrastare gli abusi domestici a cui spesso questi minori vengono esposti, il numero dei bimbi di strada non potrà che continuare a crescere. La malagestione delle risorse pubbliche e la corruzione dilagante non sono di certo d’aiuto per un miglioramento della situazione nel breve periodo.

Supportare le ong che si prendono cura di questi bambini è qualcosa che possiamo fare tutti per salvarli dalla strada, ad esempio attraverso l’adozione a distanza. Ma possiamo muoverci anche perché gli investitori italiani che cercano fortuna nell’energia (questo Paese è ricchissimo di petrolio, sul quale hanno già messo le mani Total, Cnooc e Tullow), nella filiera agroalimentare o nei settori dei materiali per la costruzione, delle apparecchiature di telecomunicazione e di generazione e distribuzione elettrica o del turismo (l’Uganda, terra della Rift Valley e dei Gradi Laghi, venne definita da Winston Churchill “la perla d’Africa”)… chiedano al governo di intervenire in favore dei bambini di strada. A tal proposito, chi volesse sollecitare l’ambasciata italiana in Uganda ed il “business club Italia” da essa creato per raggruppare gli imprenditori italiani presenti nel paese, può contattare l’ambasciatore (segreteria.kampala@esteri.it); chissà che si prodighi, insieme ai nostri connazionali in trasferta d’affari, non tanto per importare quattrini quanto per esportare umanità.

Alessandra Contigiani
popoffquotidiano.it
24.7.2014



01 maggio 2016

UN RAGAZZINO IN OGNI CLASSE FA DA "BADANTE" AD UN PARENTE

In Italia 169mila ragazzi tra i 15 e i 24 anni (pari al 2,8% della popolazione di questa fascia d’età) si prendono regolarmente cura di adulti o anziani fragili. Si tratta di figli, fratelli, nipoti di persone con disabilità fisiche o mentali, da malattie terminali o croniche o da dipendenze. Secondo uno studio britannico ce n’è almeno uno per classe e l’unica indagine esistente in Italia, realizzata pochi mesi fa in un istituto professionale di Carpi, ha rilevato che ben il 21,9% degli studenti presta cure a un familiare adulto con un livello di intensità “molto alto”. Sono i giovani caregivers, una fetta ancora più invisibile di quei 3 milioni e 300mila italiani che assistono regolarmente familiari adulti bisognosi di cure - malati, disabili o anziani – ragazzi che esistono anche se si guardano bene dal raccontare la loro quotidianità, per riservatezza, imbarazzo, vergogna ma anche perché la letteratura internazionale racconta che spesso loro sono più di altri vittime del bullismo.

[...] quei ragazzi, un numero sorprendente e certamente sottostimato, perché esistono anche bambini più piccoli che nel silenzio delle loro case, portano quotidianamente il peso di una responsabilità da adulti, più tutti quelli che assistono fratelli con disabilità. «La nostra attenzione ai giovani caregivers nasce dall’esperienza», spiega Licia Boccaletti, project manager della cooperativa Anziani e non solo, che dal 2004 si occupa di caregiver familiari e che dal 2011 realizza annualmente i Caregiver day.

Entrando nelle famiglie, conoscendole, scoprono che in molte «c’erano ragazzini o giovani adulti con un ruolo di cura. Si tratta spesso di nuclei monogenitoriali, quindi non ci sono alternative, il ragazzo deve prendersi cura di un genitore con una malattia cronica o psichiatrica, oppure famiglie dove c’è un componente disabile – magari il fratello – e in cui i genitori non riescono a coprire completamente il fabbisogno assistenziale. Spesso accade che per motivi economici non ci si può permettere un aiuto a pagamento, così è l’altro figlio che supporta i genitori: questa fra le due è ovviamente la situazione più semplice perché il carico assistenziale è ripartito, le situazioni più difficili sono quelle in cui c’è solo il ragazzo con un genitore», continua Licia Boccaletti.
Se la famiglia è di origine straniera, le difficoltà dei caregiver si accentuano ulteriormente: «fra gli stranieri c’è il doppio della possibilità di avere giovani caregiver, perché diversamente da ciò che si crede questi spesso sono nuclei familiari molto piccoli, senza parenti e reti sociali, che fanno fatica a trovare supporto fra i connazionali. Ne abbiamo intervistati alcuni, emerge soprattutto il fatto che ai giovani stranieri il loro ruolo di caregiver sembra essere più normale, non gli appare così strano» (qui il sito del progetto con i caregiver familiari di origine straniera realizzato dalla cooperativa).

Studi e numeri in Italia non esistono, se non quel 169mila indicato dall’Istat. È proprio Anziani e non solo ad aver scritto un primo report - "I giovani con responsabilità di cura in Italia", nell’ambito del progetto europeo Care2Work, e pensato un progetto pilota, primo in Italia, dedicato a questi ragazzi, in atto all’Istituto Nazareno di Carpi. Nei mesi scorsi 128 allievi del CFP hanno risposto a un questionario per “misurare” il livello di impegno di cura domestica richiesto a loro: 32 hanno un impegno “moderato”, 18 un livello “elevato” e 28 – ben il 21,9% - un livello “molto alto” di cure prestate. «Per misurare il carico di cura è stata utilizzata una scala internazionale che chiede, rispetto ad una serie di attività, di dire quanto frequentemente sono state svolte nel mese precedente e in base a queste risposte dà un punteggio», spiega Boccaletti. Alcuni esempi? Assistere un familiare nell’assumere farmaci, accompagnare un familiare in bagno, occuparsi dell’igiene di una persona…. «Dopo il questionario, stiamo lavorando con gli insegnanti e fra aprile e maggio entreremo in classe, parlando a tutti, con la speranza che poi i ragazzi che vivono questa situazione si “palesino” chiedendo un aiuto individuale».

L’impatto che il ruolo di caregiver ha su un ragazzo è molto elevato, molto più di quello che può essere su un adulto. È facile immaginare come la stanchezza possa avere conseguenze sul rendimento scolastico, che poi ha conseguenze sul futuro, in una spirale negativa: magari il giovane caregiver sceglierà per le superiori una scuola che richieda un impegno minore, oppure dopo le superiori sceglierà di andare a lavorare e rinuncerà all’università, oppure sceglierà una facoltà che non lo obblighi ad allontanarsi da casa… In più c’è il piano emotivo, lo stress, la difficoltà nelle relazioni: il tempo dedicato alla cura viene sottratto a quello dedicato allo svago e al tempo libero, per cui i giovani caregiver sono spesso costretti a rinunciare alle attività a cui si dedicano normalmente i coetanei, come gite, uscite, attività sportive…

«Sono situazioni complesse, che però non hanno solo aspetti negativi», sottolinea Boccaletti: per questo «è importante riconoscere e valorizzare le competenze trasversali che questi ragazzi sviluppano, per sostenerli nel percorso di inserimento lavorativo. Stiamo sperimentando laboratori in diversi Paesi per validare le competenze dei giovani e anche qui in Emilia Romagna, dove da due anni esiste la prima ed al momento unica legge regionale sui caregiver familiari, è previsto il riconoscimento dell’esperienza di cura come credito formativo, un po’ come già accade per il volontariato o per le attività sportive. L’assessore regionale si è impegnato a rendere applicabile questo riconoscimento anche nei contesti universitari».

Sara De Carli
www.vita.it